EMOZIONI E PSICOSOMATICA (pubblicato su Dirigenza Bancaria)
Alessitimia: un male del secolo?
di Cristina Miliacca
Nel numero precedente ho introdotto il concetto di stress e le modalità in cui questo – attraverso una attivazione cronica a livello neurofisiologico che porta all’esaurimento delle risorse dell’organismo – possa generare malattie somatiche a diversi livelli. In questo articolo vorrei aggiungere un ulteriore concetto focalizzandomi sulle emozioni come componente fondamentale all’interno del circuito psicosomatico.
Emozioni: quanta intelligenza in un moto d’animo!
Nell’ormai lontano 1994 Daniel Goleman pubblicava il famoso Intelligenza emotiva[1], un libro che ha superato il test del tempo e che tuttora continua ad essere letto e citato nei contesti più diversi che riguardano sia l’individuo che le organizzazioni. In quel libro Goleman metteva in guardia da una situazione di analfabetismo emotivo che si andava profilando negli esseri umani, ammonitrice di una più generale alienazione sociale e disperazione individuale che avrebbero potuto condurre a dei turbamenti sociali profondi. Goleman non fece altro che concettualizzare e divulgare in modo comprensibile ai più le ricerche neurofisiologiche di Salovey e Mayer nel 1990, i quali avevano evidenziato le basi anatomico-funzionali che indicherebbero l’intelligenza emotiva come meta-abilità. Meta-abilità significa che, mediante la gestione dell’esperienza emotiva, essa consente di servirsi di altre capacità superiori. Questa capacità è centrale nel processo di adattamento quotidiano ed è alla base della salute psichica.
Mente, corpo e relazione sono i tre ingredienti base del benessere di un individuo e se consideriamo che le emozioni implicano il coinvolgimento di tutti e tre i fattori (psichico, fisico e sociale), ci rendiamo conto facilmente quanto esse rivestano un ruolo cruciale nella salute mentale.
L’intelligenza emotiva è costituita da cinque abilità, a loro volta generatrici di capacità operative che aiutano a comprendere più praticamente l’importanza della presenza o dell’assenza di ciascuna delle cinque abilità principali.
1) Consapevolezza emotiva: distinguere e denominare le proprie emozioni in determinate situazioni; riconoscere i segnali fisiologici che indicano il sopraggiungere di un’emozione; comprendere le cause che scatenano determinate emozioni.
2) Controllo emotivo: controllare gli impulsi e le emozioni; controllare l’aggressività rivolta verso gli altri; controllare l’aggressività rivolta verso se stessi.
3) Auto-motivazione: incanalare ed armonizzare le emozioni dirigendole verso il raggiungimento di un obiettivo; reagire attivamente agli insuccessi ed alle frustrazioni.
4) Empatia: riconoscere gli indizi emozionali degli altri; essere sensibili alle emozioni ed alla prospettiva altrui.
5) Gestione efficace delle relazioni interpersonali: negoziare i conflitti tendendo alla risoluzione delle situazioni; comunicare efficacemente con gli altri.
Saper utilizzare in modo funzionale nella vita quotidiana le cinque abilità sopraelencate produce effetti di benessere e successo. All’inverso, deficit in queste capacità danno luogo a difficoltà personali o relazionali, che possono essere di tipo transitorio ma spesso danno anche luogo a veri e propri stili di vita, dunque sfociano in disturbi mentali o anche in psicopatologie delle organizzazioni.
Analfabeti emotivi
«Ho lavorato per anni con un robot. Se l’avessi avuto come capo sarei diventato pazzo: già come collega era abbastanza spiacevole. A volte non si sapeva se ridere o piangere. Potrei portare molti esempi. Aveva un figlio, maggiore del mio di un anno o due. Il figlio riuscì ad entrare in una scuola prestigiosa. Gli dissi: “Sarai fiero di lui”. Risposta: “È bene avere dei numeri”. Un’altra volta venni a sapere che aveva partecipato a un ricevimento a cui era presente anche un famoso violinista – uno dei miei idoli. Gli chiesi se fosse stato presentato, e me lo confermò. Tutto eccitato volli sapere: “Com’è?” e mi rispose: “Piccolo”. Come ho detto, con lui non si sapeva se ridere o piangere.»
Così Kets de Vries, nel suo Leader, giullari e impostori[2] descrive la personalità di un individuo che in parole semplici potremmo indicare come “analfabeta emotivo” o, più semplicemente, alessitimico.
Il termine alessitimia è stato coniato negli anni ’60 dallo psichiatra Peter Sifneos per descrivere lo stato in cui una persona non è capace di trovare le parole per esprimere i propri sentimenti, utilizza terminologia di azioni per dire ciò che sente evitando così possibili conflitti, si preoccupa di avvenimenti esteriori invece che interiori, fornisce descrizioni dettagliate e noiosissime di eventi marginali piuttosto che delle proprie reazioni emotive agli avvenimenti fondamentali. In sostanza si tratterebbe di persone con poca capacità di empatia, mancanti di qualità affettive, molto adattati alla realtà esterna e lavorativa, con sterilità immaginativa, con frequente intercambiabilità delle proprie relazioni d’amore oppure con spiccata preferenza a restare da soli.
Sebbene non si tratti di anaffettività in senso assoluto, l’alessitimia è comunque il contrario dell’empatia. L’empatia, difatti, consente di capire e riconoscere non solo le emozioni espresse dagli altri a parole, ma anche quelle manifestate consapevolmente o meno con i canali non verbali. Essa è l’abilità che ci consente di entrare in sintonia con gli stati d’animo propri ed altrui.
Dal canto suo, tra le caratteristiche più salienti dell’alessitimia – che letteralmente significa mancanza di parole per le emozioni – vi è la incapacità o difficoltà a discriminare un’emozione dall’altra, a comunicare verbalmente i propri sentimenti, a distinguere tra stati emotivi e sensazioni corporee, ad essere empatici e instrospettivi, a riconoscere i motivi per cui si esprimono determinate emozioni, nonché vi è una scarsa disposizione a provare emozioni positive come gioia ed amore oppure esse vengono rifuggite. Vi sono livelli diversi di alessitimia ed a volte la difficoltà a riconoscere e comunicare le emozioni non è assoluta, ma legata a particolari contenuti, situazioni o emozioni.
L’ipotesi più accreditata lega l’insorgenza dell’alessitimia ad uno stile di attaccamento insicuro-evitante avuto nell’infanzia con la figura materna. Tale legame, se non ne è causa primaria, quantomeno è un importante fattore di rischio. Secondo la teoria di Bowlby[3], il pattern di attaccamento che il bambino sviluppa con la madre entro l’ottavo mese di vita è la base da cui si strutturano le rappresentazioni mentali di sé, degli altri e della relazione con gli altri. Il pattern evitante è caratterizzato da una figura di attaccamento che respinge costantemente il figlio ogni volta che questi si avvicina alla ricerca di conforto o protezione, pertanto il bambino, insicuro della risposta materna, arriverà ad evitare qualsiasi ricerca di contatto emotivo per non soffrire. A livello affettivo è costretto a reprimere le proprie emozioni o a limitarne l’espressione per allontanare il vissuto doloroso, mentre a livello cognitivo non sarà in grado di comunicarle.
Emozione : salute = alessitimia : malattia ?
Di certo vi è che l’alessitimia è uno degli elementi chiave nell’insorgenza della psicosomatica. In passato la medicina psicosomatica riteneva che l’alessitimia fosse probabilmente l’unico o il principale fattore di insorgenza. Attualmente è riconosciuto come uno dei coefficienti di rischio che accrescono la ipersensibilità alla malattia. Non tutti i pazienti psicosomatici, infatti, sono alessitimici. Ed altrettanto – come già sopra accennato – l’alessitimia può presentarsi in gradi diversi. Inoltre l’alessitimia è stata riscontrata anche in pazienti non psicosomatici, bensì affetti da altri disturbi, quali i disturbi di personalità, la dipendenza da sostanze, il disturbo post-traumatico da stress.
Nonostante ciò, la psicosomatica – ovvero quella situazione di malattia fisica la cui causa di insorgenza è di tipo prevalentemente psicologico – è fortemente in relazione alle emozioni. Nel numero precedente della rivista abbiamo legato la psicosomatica allo stress, intesa in tal senso come debilitazione organica conseguente ad emozioni croniche negative e perduranti. In entrambi i casi il soma esprime direttamente il disagio psicoemotivo del soggetto. Esso scarica in forma immediata ansia, sofferenza ed emozioni dolorose che il soggetto non è in grado di elaborare e risolvere mentalmente. Spesso, anzi, il paziente difficilmente è consapevole dei sentimenti di rabbia, delusione, paura, insoddisfazione che vive interiormente, poiché ha un sistema di difesa che tiene lontano dalla coscienza le emozioni inaccettabili (dolorose, frustranti, ansiogene…). Pertanto non è in grado di percepire, ad esempio, la connessione possibile tra una intensa frustrazione vissuta in ambito lavorativo e l’ulcera che lamenta. In tutti questi casi è necessaria una psicoterapia che supporti l’individuo verso una rielaborazione/accettazione emotiva e cognitiva del proprio mondo interiore, accompagnate a volte anche da un training comportamentale.
La presa di coscienza del proprio vissuto interiore, per quanto negativo, è il primo passo verso una gestione efficace delle emozioni. Il secondo passo è l’apprendimento delle cinque abilità che costituiscono l’intelligenza emotiva e consentono di usare l’emozione come risorsa e non come limite. Emozionarsi è dinamica, l’assenza di emozione è inerzia. Perché limitarsi a sopravvivere individui unidimensionali quando la vita ci ha dato questo grande capitale per assaporare con intensità e diversificazione ogni momento della nostra esistenza?
[1] Daniel Goleman, Intelligenza emotiva. Che cos’è. Perché può renderci felici, Rizzoli, Milano 1997
[2] Manfred F.R. Kets de Vries, Leader, giullari e impostori. Sulla psicologia della leadership, Raffaello Cortina Editore, Milano 1994, p.57
[3] John Bowlby, Attaccamento e perdita, Boringhieri, Torino, Vol.1 1972, Vol.2 1975, Vol.3 1983; Giovanni Liotti, Le opere della coscienza. Psicopatologia e psicoterapia nella prospettiva cognitivo-evoluzionista, Raffaello Cortina Editore, Milano 2001